venerdì 5 febbraio 2021

“Dopo Conte tocca a Zingaretti”. Retroscena, panico nel PD: Matteo Renzi si riprende il partito





Da Libero Quotidiano – Mario Draghi ha il sicuro sostegno del Pd. I Dem nelle ultime ore si sono ricompattati, ma le polemiche delle ultime settimane sulla gestione della crisi del Conte-bis sono ancora calde e rischiano di ricreare fratture all’interno del partito. L’area di Franceschini e quella di Base riformista, stanno già pensando di esporre le loro critiche riferite proprio a questo ultimo periodo: la linea “O Conte o voto” non sembra essergli mai veramente piaciuta a queste due correnti.


Se l’incarico di Draghi dovesse fallire sono in molti a prevedere che dentro al Pd scoppierà una guerra interna per poter riaprire i giochi congressuali dove si decide la linea politica di un partito. Ma c’è anche una notizia bomba che riguarda un politico che dal Pd è uscito, ma che, incredibilmente, vorrebbe ritornare. Un deputato dem lo dice senza mezzi termini: “Fallita Italia Viva, ora Renzi proverà a rientrare nel partito utilizzando quelli a lui più vicini: Bonaccini, Nardella, Gori, Marcucci, Orfini. Chiederanno un congresso dicendo che il Pd ha sbagliato ad appoggiare il Conte Ter. Peccato che tutti i passaggi siano stati approvati all’unanimità in Direzione (ne abbiamo fatte ben quattro). Se non erano d’accordo potevano presentare un documento lì, allora… Fra l’altro Conte ha preso la maggioranza assoluta alla Camera, quindi un altro nome non esisteva…”

Una notizia che sconvolgerebbe i piani non solo del Pd, ma dell’intera politica italiana. Ovviamente Renzi non tornerebbe per fare il semplice senatore di Rignano. “C’è chi non ha mai smesso di remare contro l’azione del segretario Zingaretti. Dopo le regionali c’era chi voleva muovere Bonaccini contro Zingaretti per scalzarlo… Peccato, per loro, che anche le regionali le abbiamo vinte”. Potrebbe manovrare per ora, uno dei suoi fedelissimi rimasti dentro al Pd per farlo arrivare alla segreteria? “Un ex renziano alla guida del Pd mi pare una cosa improbabile, basta andare a vedere cosa pensa la nostra base di Renzi. Quindi se vogliono un congresso lo dicano pure. Le linee sono chiare: chi vuole che Renzi si riprenda il Pd e chi punta a mantenere la nostra autonomia. E vinca il migliore”, spiega l’esponente dem al sito Tpi.




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venerdì 22 gennaio 2021

“È ora di mettere un freno alla misoginia di sinistra in Rai”: il direttore di Raiuno convocato dalla Vigilanza




Roma, 21 gen – “È ora di mettere un freno alla misoginia di sinistra in Rai. Dopo che Fabio Fazio ha permesso, con il sorriso, che Luciana Littizzetto umiliasse Wanda Nara con la frase sul ‘pomello della sella’, adesso ci tocca ascoltare Alan Friedman che apostrofa Melania Trump come ‘Escort’. Il direttore di Rai Uno Stefano Coletta è atteso con urgenza in Vigilanza: speriamo sia l’occasione per annunciare che Friedman almeno per un anno non metterà piede in Rai. 

Ai conduttori consigliamo, in futuro, una condanna un po’ più sollecita e sentita. Questi episodi danneggiano l’immagine di una trasmissione storica come Uno Mattina, già in affanno di ascolti dopo il commissariamento politico del Pd”. Lo dichiara Massimiliano Capitanio, deputato Lega e segretario della Vigilanza Rai.


mercoledì 20 gennaio 2021

Continua lo squallido mercato delle vacche, Conte alla ricerca di altri traditori: ma la sua fine è segnata





Di Luca Sablone – La vera partita inizia da oggi. Rimarrà deluso chi si aspettava che la questione si sarebbe risolta ieri sera, quando al Senato il premier Giuseppe Conte ha incassato la maggioranza relativa toccando quota 156 e non raggiungendo dunque quella assoluta. Nelle prossime ore il presidente del Consiglio potrebbe salire al Quirinale per informare il capo dello Stato Sergio Mattarella sull’evoluzione della crisi, ma sembrano essere escluse le dimissioni immediate. Anzi, pare che all’avvocato verrà dato altro tempo: come riportato da Adalberto Signore sul Giornale in edicola oggi, l’intenzione sarebbe quella di temporeggiare due-tre settimane. In tal modo si vorrebbe partorire un gruppo di “costruttori” e poi procedere con un rimpasto.


Tutto tranne che formalizzare un Conte-ter, che richiederebbe un altro passaggio parlamentare con tanto di voto finale. Conte quindi potrebbe avere altri giorni per provare a dare vita a un vero e proprio gruppo in grado di garantirgli stabilità numerica, ma se non dovesse riuscirci allora sarà costretto a lasciare Palazzo Chigi. Tradotto: se tra un paio di settimane i numeri non saranno lievitati, il premier dovrà arrendersi e salire al Colle. Tuttavia dagli ambienti di governo filtra grande ottimismo: “I numeri presto aumenteranno“. Deve darsi una mossa perché, come lui stesso ha annunciato, “se non ci sono i numeri questo governo va a casa“. Sta di fatto che il mercato dei senatori per adesso ha consentito di raggiungere una misera maggioranza raccogliticcia.

Scatta l’allarme

Fonti di primo piano dell’esecutivo fanno sapere che “da qui a fine mese sapremo tutto“. Conte dovrà allontanare l’incubo Italia Viva che, se decidesse di passare dall’astensione alla contrarietà, rappresenterebbe un serio pericoloso per l’equilibrio della maggioranza. È chiamato inoltre a evitare che le commissioni parlamentari possano esplodere, con il governo che rischia di andare sotto da un momento all’altro. Come vi abbiamo raccontato, sul tavolo c’è l’ipotesi del rimpasto. Uno step da raggiungere, nelle intenzioni, evitando le dimissioni e mantenendo per ora gli interim.

Peccato però che siano già iniziati i problemi. I Cinque Stelle guardano con contrarietà i ritocchi alla squadra dei ministri, visto che molti di loro potrebbero lasciare il posto alle new entry. “Il punto è che con le emergenze economiche e sanitarie in corso fare un rimpasto è estremamente difficile“, spiega un grillino. Come scrive Marco Antonellis su ItaliaOggi, in pratica è già scattato l’allarme rosso in casa M5S, anche perché i dubbi sul Conte-ter si fanno sempre più fitti: “Chi andrà dai ministri a chiedere di lasciare la poltrona per fare spazio a centristi con i quali non abbiamo nulla in comune?“.



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martedì 19 gennaio 2021

Quando il “pagliaccio” attaccava i senatori a vita: “Nonni da ospizio, non muoiono mai. Sfuggono alla democrazia”





di Monica Pucci – Il governo Conte è appeso ai voti dei senatori a vita, che potrebbero gonfiarne i numeri per consentirgli di portare la pelle a casa e non essere costretto a passare, stasera, dal Senato al Quirinale per le dimissioni. Il premier potrebbe dunque beneficiare del supporto di coloro che fino a qualche tempo fa il suo partito di riferimento, il M5S, volevano abolire. E ai quali riservavano epiteti, ironie, promesse di cancellazione, con il leader dei cinquestelle, Beppe Grillo, in prima linea, fin dai suoi scritti del 2012…

Quando Beppe Grillo voleva abolire i senatori a vita


Eppure c’è stato un momento in cui i pentastellati volevano cancellare i senatori a vita con un tratto di penna dalla nostra Costituzione. Sul Blog di Beppe Grillo e sul Blog delle Stelle sopravvive ancora una pubblicistica in tal senso. Nel lontano 2008 – secondo governo Prodi – Grillo scriveva: “I nostri nonni governativi escono dagli ospizi per entrare in Parlamento con lo stesso obiettivo. Il governo è al sicuro grazie al voto dei senatori a vita. La Montalcini dai capelli turchini ha l’età di una trisavola e Andreotti è prescritto a vita e quindi non può morire. I costi della politica sono destinati ad aumentare. Badanti, infermieri, accompagnatrici e ambulanze per ricoveri d’urgenza in Piazza Montecitorio ci costeranno una Finanziaria”.

“Non muoiono mai o muoiono troppo tardi…”

Passa qualche anno – è il 2012 – ma Grillo non cambia idea sull’argomento: “La composizione del Parlamento, in teoria, dovrebbe essere decisa solo dal popolo sovrano. Non è così. L’istituto delle nomina del senatore a vita sfugge a qualunque controllo democratico. E’ una promozione di carattere feudale, baronale, come ai tempi dei valvassini e dei valvassori. Per diritto divino”.

E ancora: “I senatori a vita non muoiono mai, o almeno muoiono molto più tardi. In Senato pochi voti possono determinare l’esito di un voto di fiducia o l’approvazione di una legge non costituzionale. E’ già successo. I senatori a vita possono risultare decisivi. E’ già successo”. E succederà ancora. Nel 2013 il del co-fondatore M5S rincara: “Sono contrario alla nomina di senatori a vita con diritto di voto che alterano gli equilibri della democrazia popolare. Un’usanza medioevale e antidemocratica”.

Crimi e il progetto di legge per eliminarli

Risale sempre allo stesso anno un intervento di Vito Crimi – attuale capo politico dei 5 Stelle – dal titolo “Discutiamo: Abolizione della carica di senatore a vita”, che annuncia l’inizio della discussione sulla applicazione ‘Lex’ (antenata di Rousseau) del disegno di legge costituzionale per abolire l’istituto dei senatori a vita: “Il 12 dicembre la Giunta per le Elezioni del Senato ha convalidato l’incarico dei 4 senatori a vita, recentemente nominati dal Presidente Napolitano“, scriveva Crimi, spiegando che il M5S si era astenuto “in quanto da sempre contrario all’istituto dei senatori a vita. La loro presenza distorce la rappresentanza parlamentare e in particolare quella del Senato della Repubblica in quanto integrata con soggetti aventi una legittimazione deliberatamente non democratica che oggi non trova più alcun motivo di esistere”. Oggi, 2021, quel motivo c’è.

Quando il leader del M5s chiedeva di togliere i poteri di nomina dei senatori a vita (al minuto 0.42)


Quando il grillino Cecconi chiedeva a Napolitano di dimettersi da senatore a vita

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I “traditori” del M5S chiedevano l’abolizione dei senatori a vita, ora si aggrappano a loro per salvare la poltrona

 






I “traditori” del M5S chiedevano l’abolizione dei senatori a vita, ora si aggrappano a loro per salvare la poltrona e lo stipendio


L’Italia è talmente un Paese per giovani che potrebbero essere i #senatoriavita a decidere sulla #crisidigoverno. È paradossale che proprio il #M5S, che più volte propose l’abolizione dei senatori a vita, potrebbe salvare le poltrone grazie a questi ultimi.



lunedì 18 gennaio 2021

Il super premio da 3,5 milioni di euro ai voltagabbana e venduti che salvano il governo Conte





Di Pasquale Napolitano – Costruttori sì. Ma del proprio conto corrente. Al netto di poltrone nel governo, incarichi e nomine delle partecipate di Stato, i voltagabbana, che salveranno il governo Conte, si papperanno un tesoretto, se la legislatura arriverà fino alla scadenza naturale nel 2023, pari a 3.351.400 euro. Altro che costruttori europeisti. Altro che interesse superiore dell’Italia. I cambi di casacca sono animati da finalità «nobili»: indennità, diaria, rimborso spese per altri due anni e più. Treni, autostrade e aerei gratis. E poi: mutui a tassi agevolati e rimborso spese sanitarie.


Al momento, la maggioranza che sostiene l’esecutivo Conte in Senato (dove si gioca la vera partita per i numeri risicati) oscilla tra 151 e 155 voti. La soglia dell’autosufficienza è fissata a 161: maggioranza assoluta. Ma l’esecutivo può andare avanti anche con una maggioranza relativa, grazie all’astensione di Italia Viva. Incassando il voto di fiducia nel doppio passaggio parlamentare: oggi alla Camera, domani al Senato. Gli sherpa di Palazzo Chigi sono al lavoro per recuperare 10 costruttori-voltagabbana: la quota minima per evitare lo scenario pericoloso di un governo di minoranza sotto attacco in ogni votazione in Aula e nelle commissioni. Per raccogliere in un’unica sigla i dieci costruttori della Nazione è nato anche un gruppo: Italia2023.


Ma quanto costeranno alla collettività (alle casse dello Stato) i 10 salvatori dell’Italia? Il conto è semplice. Ma anche salatissimo. I riflettori sono puntati sul Senato. Alla Camera l’esecutivo Conte non sembra avere difficoltà. Quanto intasca un senatore a fine? Sono diverse le voci. L’indennità è pari a 5.300 euro. Bisogna aggiungere diaria (3.500 euro) e 2mila euro per spese forfettarie. Ultima voce: 2.090 euro per i collaboratori. Il totale è pari a 12.890 euro. Che va moltiplicato per i 10 senatori; è la quota minima per mettere in sicurezza il governo e centrare l’obiettivo dei 161 voti. Ma il numero dei voltagabbana potrebbe variare fino a 15. I 10 transfughi costeranno 128mila e 900 euro. Ventisei sono i mesi che mancano alla scadenza naturale (marzo 2023) della legislatura. Si arriva alla somma finale di 3.351.400 euro.

Dunque, quasi 3milioni e mezzo di euro di buone ragioni per abboccare ai corteggiamenti dell’avvocato del popolo. La caccia continua. Chi sono i costruttori che possono cambiare il destino dell’esecutivo? Clemente Mastella, vecchia volpe della Prima Repubblica, si è offerto nei giorni scorsi come il federatore dei voltagabbana. Però ora pare si sia ritirato. I primi tentativi sono andati a vuoto. Resta tra i responsabili-voltagabbana la senatrice Sandra Lonardo, moglie di Mastella. Il partito di Matteo Renzi al Senato dovrebbe perdere due senatori: Vincenzo Carbone e Riccardo Nencini. Anche se la mossa dell’astensione potrebbe bloccare la fuga. La senatrice Tiziana Dago del movimento Popolo Protagonista figura tra i salvatori della Patria (e di Conte): scontato l’ok alla fiducia, darà un ritocco al proprio conto corrente. Tra i «costruttori» pronti a salvare l’avvocato del popolo ci sono gli ex grillini Gregorio De Falco e Paola Nugnes, Saverio De Bonis, Mario Michele Giarrusso. Si sfila Marinella Pacifico. Confermato il sostegno del gruppo Maie di cui fanno parte Ricardo Merlo, sottosegretario agli Esteri, e i senatori Adriano Cario e Raffaele Fantetti.



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Meloni brutalizza Conte alla Camera: “Ha distrutto l’Italia e ora implora un gruppo di disperati per governare”






Da Libero Quotidiano – Una valanga che travolge Giuseppe Conte e il suo disperato tentativo di racimolare voti per una nuova maggioranza. Una valanga che risponde al nome di Giorgia Meloni, che picchia durissimo contro il premier e le sue manovre, dall’alto del “no” a qualsiasi cooperazione con il presunto avvocato del popolo che la leader di Fratelli d’Italia ha sempre messo in chiaro. Senza indugi, senza mai un tentennamento. La replica alla Camera nel corso delle dichiarazioni di voto sulla fiducia è durissimo: “Altro che avvocato del popolo, Conte è un avvocato d’ufficio: gli italiani non lo hanno scelto“, ha tuonato la Meloni.


Poi il dito puntato per la proposta ai responsabili di una nuova legge elettorale, “uno scempio. Consentito da questo Parlamento e da un’Unione europea compiacente, grandi media al servizio dei poteri forti che hanno interesse ad avere una politica alla ricerca di padroni. E Conte è perfetto per tutti loro: assume la forma che richiede il suo mandato, praticamente è Barabapapà“, ha picchiato durissimo. “Prima populista poi ortodosso europeista. Di destra e sinistra ma soprattutto di centro, socialista e liberale, insieme. Prima contro e poi a favore dell’immigrazione illegale, Tav, quota cento. Prima amico e nemico di Salvini, Renzi e Di Maio”.

“Dopo aver distrutto l’Italia si presenta come quello che la vuole ricostruire – riprende la leader FdI, riferendosi alle parole di Conte di poco prima -, raggranellando un gruppo di disperati che chiama costruttori. Penso che stavolta il gioco non riuscirà, mi piace pensare che in Parlamento ci sia ancora un briciolo di buonsenso. Che ci sia ancora qualcuno che teme il giudizio implacabile che la storia inevitabilmente riserva”, insiste.

“L’Italia ha sì un disperato bisogno di responsabilità – spiega la Meloni -. Noi di FdI siamo così responsabili che la fiducia al governo Conte non la ha votata mai. Spero che molti altri oggi non lo faranno. Spero si apra una stagione di normalità in cui i cittadini possano decidere: articolo 1 della Costituzione italiana, la sovranità appartiene al popolo. E la esercita votando. E lo sostenevamo anche quando eravamo al 3 per cento. Siamo pronti a governare con il centrodestra, l’unica coalizione che può dare un governo forte e coeso a questa nazione.

Dunque, il passaggio riservato a Sergio Mattarella: “Siete sicuri che il Quirinale vi permetterà di governare questa nazione senza una maggioranza assoluta? Si rifiutò di permetterlo al centrodestra: le regole della democrazia, in quest’aula, valgono per tutti. Dite che non si può votare per la pandemia? Falso anche questo, lo sapete bene: avete deciso infatti, per decreto, che entro maggio si voterà in molti comuni italiani. L’unico virus che impedisce il voto è il vostro poltronismo. In tutto il mondo si continua a votare”. “Se lei avesse a cuore il destino di questa nazione si sarebbe già fatto da parte. Questo è il tempo dell’orgoglio, dei patrioti”, ha concluso Giorgia Meloni.



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